Manzoni, Promessi Sposi e Colonna infame

« Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…» (cap. VI).

Nel Fermo e Lucia, dove manca ancora il riferimento al Faraone:

«Ho compassione di questa casa: ella è segnata dalla maledizione. State a vedere che la giustizia di Dio avrà rispetto a quattro pietre e a quattro scherani! Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine per darvi il diletto di tormentarla! voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Vi siete giudicato. Ne ho visti di più potenti, di più temuti di voi; e mentre agguatavano la loro preda, mentre non avevano altro timore che di vederla fuggire, la mano di Dio si allungava in silenzio dietro alle loro spalle per coglierli. Lucia è sicura di voi, ve lo dico io povero frate, e quanto a voi, ricordatevi che verrà un giorno… (I, VI) ed. Nigro).

Il tema dell’uomo, immagine di Dio, appare attorno agli anni Venti, decisivi come si è detto per la creatività del Manzoni, e appare in tutta la sua molteplice produzione. Lo si trova appunto nel Fermo e Lucia e poi Promessi sposi, e precisamente nel gran discorso pronunciato da Padre Cristoforo che replica indignato a Don Rodrigo, quando questi offre la sua “protezione” a Lucia.

«E perché sei povero, perché sei offeso, credi tu ch’Egli non possa difendere contro di te un uomo che ha creato a sua immagine? Credi tu ch’Egli ti lascerebbe fare tutto quello che vuoi? No! ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare, e perderti; puoi, con un tuo sentimento, allontanar da te ogni benedizione. Perché, in qualunque maniera t’andassero le cose, qualunque fortuna tu avessi, tien per certo che tutto sarà gastigo, finché tu non abbia perdonato in maniera da non poter mai» (cap. XXXV).

Con queste parole alla fine della vicenda Don Rodrigo biasima Renzo a causa delle espressioni violente con cui vorrebbe giustificare Padre Cristoforo per il suo delitto giovanile, a causa del quale si era fatto frate.

Per la prima volta il tema sembra apparire nell’inno alla Pentecoste, iniziato nel 1817.

« A Te sollevi il povero
Al ciel ch’è suo, le ciglia
Volga i lamenti in giubilo
Pensando a cui somiglia».

Manzoni è uscito da un momento di difficoltà religiosa. Ne è uscito persuaso della presenza dello Spirito nella Chiesa, “Madre dei santi”; persuaso della necessità di sottomettersi, facendosi “parvulus” (lettera a Fauriel del 21 settembre 1810). Si pone in basso egli stesso tra i poveri, i “nessuno” di cui il Griso dice: «Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno» (cap. XI ). Dio solo proteggerà questi, che sono suoi, per l’immagine che ha loro donata, per l’immagine del Figlio sofferente, dai terrori di questo e di ogni altro secolo. Più, molto più ancora che della fiducia alla Provvidenza che guida con giustizia la storia, si tratta qui dell’abbandono mistico al Dio che «atterra e suscita, che affanna e che consola». Ma dietro al ricordo dell’ immagine di Dio si coglie anche un rifiuto indiretto, ma forte di ogni dispotismo e di ogni sacralizzazione del potere. L’abate Henri Grégoire, così ammirato dal Manzoni, non aveva denunciato con indignazione nel 1814 il catechismo che insegnava che l’imperatore era l’immagine di Dio? (F. Ruffini, La vita religiosa di Alessandro Manzoni, II, Bari 1932, p. 35s. , cita il Cathéchisme à l’usage de toutes les églises de l’Empire Français : «Dieu l’a établi notre souverain; il est son image sur la terre…» , l’abbé Grégoire espresse il suo disgusto in De la Constitution française de l’an 1814, Paris 1814).
Si deve notare che l’uomo-immagine di Dio non è appartiene all’ antropologia pessimista del giansenista Pascal, tanto amato dal Manzoni, che però appunto non lo segue nell’”abétissement” dell’umano. Cartesio e Fénelon attribuiscono invece un’importanza particolare a questo tema (Devillairs, L’homme image de Dieu. Interprétations augustiniennes (Descartes, Pascal, Fénelon), Archives de Philosophie 72 (2009), 293-315). Si può pensare che questa idea abbia un ruolo importante perché Manzoni era ansioso di sottolineare il suo cattolicesimo più rigoroso, nell’atto di accogliere dai Lumi l’idea della dignità dell’uomo. Questa fedeltà ai Lumi poi si impone da sé quando Manzoni riprende il tema e la denuncia di tortura, nella storia della Colonna infame. Questo saggio è dedicato in particolare a un episodio terribile della confessione sotto tortura. Qui, uno dei momenti più toccanti è quando Giangiacomo Mora, un povero barbiere, è costretto ad ammettere la sua connivenza con Guglielmo Piazza nel diffondere la peste. Egli è minacciato di tortura.

«A quella minaccia, rispose ancora: replico che quello che dissi hieri non è vero niente, et lo dissi per li tormenti. Poi riprese: V.S. mi lasci un puoco dire un’Aue Maria, et poi farò quello che il Signore me inspirarà; e si mise in ginocchio davanti a un’immagine del Crocifisso, cioè di Quello che doveva un giorno giudicare i suoi giudici…»

Nell’opposizione alla pena di morte e la tortura. Il nonno di Manzoni, Cesare Beccaria, è stato, infatti, il celebre autore di Dei delitti e delle pene (1764), e Pietro Verri, a cui il Manzoni era profondamente legato aveva già scritto le sue Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630, pubblicato postumo nel 1804. Verri condannava un secolo di «barbarie», allo stesso modo in cui il Beccaria, aveva denunciato la legislazione dei «secoli barbari». Se da un lato Manzoni studia l’antica giurisprudenza e mostra, con la consueta accuratezza storica, che la giurisprudenza aveva già fornito un importante insieme di cautele per l’uso della tortura che i giudici di Milano hanno trascurato (e per questo sono colpevoli), d’altro canto avviva il suo testo con una intensità religiosa sconosciuta a Verri e a Beccaria.

Published in: on 23 gennaio 2010 at 17:42  Lascia un commento  
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