Mishnah, Sanhedrin, V

INTRODUZIONE

La parola Mishnah deriva dalla radice ebraica שנה [sh-n-h], che significa “ripetere” o “studiare oralmente”. La Mishnah rappresenta infatti la prima codificazione scritta autorevole della tradizione orale ebraica, fissata intorno alla fine del II sec. e.v. e attribuita tradizionalmente a Rabbi Jehudah ha-Nasì [Rabbi Giuda il Principe]. Già in precedenza erano state compilate dai singoli dottori delle raccolte di leggi in uso in alcune accademie, ma il valore particolare della Mishnah deriva dal fatto di raccogliere l’insegnamento dei diversi maestri attivi fino al II secolo (i tannaim, cioè coloro che “trasmettono oralmente”, “studiano”, “insegnano”), nonché dal fatto di aver conosciuto, attraverso la sua forma scritta, una notevole diffusione anche nella diaspora seguita alla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e.v.
La Mishanh rappresenta la prima codificazione della Torah orale, ossia dell’interpretazione della Torah scritta, la rivelazione ricevuta da Mosè sul Sinai. Ad essa si aggiungerà poi la Ghemarah, cioè l’insieme degli insegnamenti che non hanno trovato posto nella Mishnah stessa: i due filoni convergeranno infine nei due Talmudim, quello di Gerusalemme e quello (più ampio e autorevole) di Babilonia, che verranno messi per iscritto tra il IV e il VII secolo. Si disegna così l’ebraismo rabbinico detto della “doppia Torah”, perché in esso hanno pari, benché diversa, importanza la Torah scritta (il testo biblico) e la Torah orale (Mishnah e Talmud): entrambe rivelate al Sinai, costituiscono rispettivamente il testo ed il suo commento, inserito in un orizzonte ermeneutico che offre un’interpretazione sempre aperta e perfezionabile ad opera dei maestri.
In tale orizzonte la Mishnah, composta in un ebraico già diverso da quello biblico, istituisce un codice di norme legislative, ma oltre a ciò delinea anche la visione del mondo e della realtà, tipica del giudaismo rabbinico del II secolo: comportamenti familiari e sociali, economia, diritto, liturgia quotidiana e festiva sono solo alcuni degli argomenti trattati. Questi temi non sono organizzati seguendo la scansione canonica della Bibbia, bensì secondo una divisione in 6 ordini [sedarim] (Zera‘im, “sementi”; Mo‘ed, “feste”; Nashim, “donne”; Neziqin, “danni”; Qodashim, “cose sacre”; Tohorot, “cose pure”), ciascuno dei quali è a sua volta diviso in un numero variabile di trattati [massekhot], per un totale di 63.
Il brano che prendiamo in esame è tratto dal quinto capitolo del trattato Sanhedrin, il quarto trattato dell’ordine Neziqin: questo ordine si occupa prevalentemente, benché non solo, di questioni giuridiche (danni arrecati a persone e cose, proprietà fondiarie, prestiti, vendita, beni immobili, giuramenti, riti pagani, peccati commessi inavvertitamente, pene e castighi) e il trattato deve il suo nome al sinedrio, istituzione creata verso la fine del III sec. a.e.v., volta a dirigere la comunità ebraica palestinese sia per quanto riguarda le questioni religiose, che per quanto riguarda quelle più strettamente giuridiche. Composto di sacerdoti e legislatori, nel I sec. e.v. il sinedrio sarà trasferito da Gerusalemme a Javne, presso l’attuale Tel Aviv, e garantirà la sopravvivenze dell’ebraismo rabbinico.

Mishnah, Sanhedrin, V

(…) Dunque l’uomo (’Adam) fu creato unico per insegnare che tutti quelli che distruggono un’anima tra i figli d’uomo, la Scrittura lo calcola come se distruggessero il mondo nella sua pienezza e tutti coloro che mantengono in vita un’anima tra i figli d’uomo, la Scrittura lo calcola come se mantenessero in vita il mondo nella sua pienezza. (E per la pace tra le creature, affinché un uomo non dica al suo compagno: “[mio] padre è più grande del tuo”, e affinché gli eretici non dicano: “ci sono molti poteri in cielo”, e per narrare la grandezza del Santo, benedetto Egli sia, perché l’uomo forma alcune monete con un sigillo e tutte sono uguali una all’altra, ma il Re dei re dei re, il Santo, benedetto Egli sia, forma ciascun uomo con il sigillo del primo uomo e non uno di loro è uguale al suo compagno. Perciò ciascuno è obbligato a dire: “per [me] è stato creato il mondo”). (…).

Commento

Il brano in analisi pone la questione dell’esistenza di persone diverse, ciascuna con le proprie caratteristiche, mentre il testo biblico afferma che l’adam venne creato unico: per quale ragione esiste questa dicotomia?
L’originalità del testo della mishnah consiste, oltre che nelle diverse argomentazioni fornite per spiegare un versetto, anche nell’accostamento di diversi brani biblici: la creazione dell’unico ’adam (Gn 1), il divieto di uccidere, in relazione all’episodio di Caino e Abele (Gn 4) e il nuovo patto stipulato da Dio con Noè dopo il diluvio, ancora all’insegna del divieto dell’omicidio perché l’uomo è stato creato ad immagine di Dio (Gn 9).
La mishnah, che sarà poi ripresa e commentata dal Talmud (B Sanhedrin 37a), propone quattro argomentazioni per spiegare questo apparente paradosso.
1) L’argomentazione principale si basa sull’asserto che una vita umana ha lo stesso valore del mondo intero: chi uccide una vita, infatti, impedisce anche la nascita dei figli e dei nipoti dell’uomo ucciso; allo stesso modo chi salva un uomo permette alla sua discendenza di vivere e quindi, di fatto, mantiene in vita un mondo intero.
È interessante osservare come qui si parli di bnei ’adam, “figli d’uomo” e non di bnei Jisrael, “figli d’Israele”, perché il valore della vita è immutato tanto che si tratti della vita di un ebreo, quanto che si tratti della vita di un non ebreo. Diversa sarà l’interpretazione data dal Talmud che, citando questa mishnah, in molte versioni riporterà l’esortazione a non uccidere “un’anima tra i figli d’Israele”. Un brano analogo, ma in una versione ancora più restrittiva, è presente anche nel Corano, in cui si afferma: “Per questo prescrivemmo ai figli d’Israele che chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un’altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l’umanità intera. E chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera” (V,32) . Il valore dell’essere umano diventa qui una conseguenza della sua rettitudine morale.
2-3) Le due argomentazioni seguenti, di minore importanza nell’economia del testo, pongono l’unicità dell’adam come garanzia della pace tra gli uomini: derivando tutti dallo stesso progenitore, nessuno può considerare se stesso o il suo antenato più grande di un altro. Inoltre la differenza tra gli uomini potrebbe condurre ad affermare l’esistenza di diverse divinità, mentre l’unicità del primo uomo conduce al monoteismo e scardina la possibilità di un’eresia.
4) L’ultima argomentazione pone l’accento sulla diversa originalità creativa di Dio e dell’uomo: il primo infatti crea individui diversi da uno stesso modello, mentre il secondo forgia monete identiche da uno stesso stampo. L’espressione usata in ebraico per indicare il modello del primo uomo è chotam, “sigillo”, che ricorre 14 volte nella Bibbia ebraica : espressione assai concreta, indica il conio, lo stampo o la matrice da cui si possono ricavare diverse copie di oggetti. La capacità divina di trarre individui diversi dallo stesso sigillo conduce ciascun uomo a doversi considerare il destinatario privilegiato della creazione.

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Published in: on 23 gennaio 2010 at 16:47  Lascia un commento  

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