LAS CASAS, DE VITORIA E ALTRI

Un altro aspetto, rispetto al De dignitate hominis umanistico, emerge dal dibattito teologico che si svolge a Valladolid, in Spagna, nel 1550-51, dove l’imperatore ha convocato una commissione di giuristi e teologi per affrontare i problemi morali che la conquista delle Indie occidentali stanno ponendo (Una eccellente presentazione: Bartolomé de Las Casas – Juan Jinés de Sepúlveda, La controversia sugli indios, a cura e con un’Introduzione di S. Di Liso, Presentazione di C. Esposito, Bari, Edizioni di Pagina, 2007, con ampia e recente bibliografia). Il domenicano Bartolomé de Las Casas replica a Sepúlveda e parla per cinque giorni in difesa degli indiani. Sepúlveda è un umanista e usa fra i molti argomenti anche l’argomento umanistico (e aristotelico) contro i «barbari». Las Casas sostiene al contrario che gli Indios non solo barbari: non sono né empi né illetterati né come animali né pagani.

«Inoltre, se vogliamo essere figli di Cristo e seguaci della verità evangelica, occorre che consideriamo che anche se fossero del tutto barbari, son stati creati nondimeno ad immagine di Dio e non sono affatto stati abbandonati della provvidenza divina, ché anzi sono capaci del regno di Dio, quali fratelli e redenti dal sangue di Cristo, non meno dei più prudenti e saggi di tutto il mondo».

«Si Christi filii et evangelicae veritatis sectatores esse volumus, considerare nos oportet quod, etiam si maxime barbari sint, nihilominus sunt creati ad imaginem Dei, ne ita omnimode a providentia divina destituti quin et capaces existant regni Christi fratres et sanguine Cristi pretiosissimo redempti, non minus quam prudentissimi et sapientissimi totius orbis»( Fray Bartolomé de la Casas, Obras completas. 9. Apologia, Madrid, Alianza Editorial, 1988, 98).

Alla base di questa potente perorazione sta il rigoroso argomento dei giuristi della scuola di Salamanca, esposto in particolare, com’è noto, nella Relectio de Indis (1537-38) di Francisco de Vitoria. Qui il problema è visto sotto il profilo del «dominium», del diritto degli indios alla propria terra. I giuristi di Salamanca saldano il «dominium» all’«imago Dei» che non è distrutta dal peccato di origine. Agli avversari che lo negavano, essi dimostrano che «peccatum mortale non impedit dominium civile et verum dominium», con questo argomento: «Il dominio si fonda sull’immagine di Dio; ma l’uomo è immagine di Dio per natura, cioè per le sue potenze naturali; perciò non si perde a causa del peccato mortale. La minore si prova da Agostino…» (Francisco de Vitoria, Relectio de Indis o Libertad de lo Indios, a cura di L. Pereña – J.M. Perez Prendes, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Cientificas, 1967, 18: «Dominium fundatur in imagine Dei; sed homo est imago Dei per naturam, scilicet per potentias naturales; ergo non perditur per peccatum mortale. Minor probatur ex Augustino (lib. 9, De Trinitate) et ex doctoribus»).

L’«imago Dei», come dato naturale, cioè legato al fatto stesso della creazione, è dunque centrale nell’argomentazione, come scrive chiaramente Giuseppe Tosi: «Il “dominium” dell’uomo su se stesso, sugli altri esseri irrazionali e sui beni trova il suo fondamento ontologico nel principio biblico secondo il quale l’uomo è creato da Dio a sua immagine e somiglianza: “fundamentum dominii est imago Dei”. La presenza dell’immagine di Dio nell’uomo è testimoniata dalla razionalità e socialità dell’uomo come caratteristiche intrinseche e naturali che ne fanno un essere fine a se stesso e non un mezzo “per altro”; quindi un essere libero. A differenza di Aristotele, ma utilizzando i suoi stessi principi, i maestri di Salamanca estendono tale concezione a tutti gli uomini in virtù del ricorso al principio della perfezione della natura» (G. Tosi, “Alle origini della modernità: i diritti degli indigeni del Nuovo Mondo”, Jura Gentium – Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale, ).

Lo stesso pensiero viene esposto con pienezza di argomenti da un giurista della seconda generazione, Juan de la Peña (De Bello Contra Insulanos: Intervencion de España en America, Escuela Española de la Paz, Seconda generación, 1560-1585, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Cientificas, 1982, 146) che esplicita le fonti maggiori del suo discorso, rinviando al De Vitoria, appunto, a De Soto (Domingo de Soto, De iustitia et iure, lib. IV, quaest. 1, art. 2 [Salmanticae, 1556 = Matriti, 1968], 284: «Igitur quia duae istae potentiae, intellectus et voluntas, communicatae sunt homini, per hoc conditus est ad imaginem Dei; indeque adeo ius sortitus est dominandi in caeteras animantes, rationis expertes»), a Tommaso d’Aquino e poco più avanti al suo maggior e più influente commentatore del tempo, il Caietano. Questi, commentando appunto Tommaso: «Utrum imago Dei inveniatur in quolibet homine» (I, q. 93, a. 4) si esprime molto chiaramente (come già del resto Tommaso): «L’immagine della creazione [è] in tutti gli uomini, della ri-creazione solo nei giusti, come similitudine solo nei beati» (Commentarii in Summam Theologicam, P. I et I-II AE, vol. I, 309).
Ma tutto era ancor prima in Agostino, cui rinviava de Vitoria:

«Sebbene infatti lo spirito umano non sia della stessa natura di Dio, tuttavia l’immagine di quella natura che è superiore ad ogni altra deve essere cercata e trovata presso di noi, in ciò che la nostra natura ha di migliore. Ma si deve considerare lo spirito in sé, prima che esso sia partecipe di Dio (particeps Dei), e scoprirvi l’immagine di lui. Anche quando lo spirito, abbiamo detto, è degradato e deforme per la perdita della partecipazione a Dio, resta tuttavia immagine di Dio (Dei imaginem permanere); perché esso è immagine di Dio in quanto è capace di Dio (capax Dei) e può essere partecipe di lui. Un bene così grande non è possibile se non in quanto lo spirito è immagine di Dio. Ecco dunque che lo spirito si ricorda di sé, si comprende, si ama: se contempliamo ciò, vediamo una trinità, che non è certo ancora Dio, ma già è immagine di Dio».

«Quamvis enim mens humana non sit illius naturae cuius est Deus: imago tamen naturae eius qua natura melior nulla est, ibi quaerenda et invenienda est in nobis, quo etiam natura nostra nihil habet melius. Sed prius mens in se ipsa consideranda est antequam sit particeps Dei, et in ea reperienda est imago eius. Diximus enim eam etsi amissa Dei participatione obsoletam atque deformem, Dei tamen imaginem permanere. Eo quippe ipso imago eius est, quo eius capax est, eiusque particeps esse potest; quod tam magnum bonum, nisi per hoc quod imago eius est, non potest. Ecce ergo mens meminit sui, intelligit se, diligit se: hoc si cernimus,cernimus trinitatem; nondum quidam Deum, sed iam imaginem Dei» (De trin. XIV, 8, 11, versione in rete della Città nuova editrice).

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Published in: on 20 gennaio 2010 at 11:38  Lascia un commento  
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