TOMMASO D’AQUINO SCRIPTUM SUPER LIBROS SENTENTIARUM I, D. 28, Q. 2, A. 1

Introduzione

Tommaso d’Aquino compose il suo Commento alle Sentenze fra il 1254 e il 1256.[1] Fin dalla sua redazione, fra la metà e il terzo quarto del XII secolo, il testo del Lomabrdo aveva conosciuto una grandissima diffusione e un sempre crescente successo. Il testo era stato oggetto di una serie di glosse di commento già nei decenni successivi alla sua stesura. Col tempo le glosse si erano estese, fino ad includere, nei primi decenni del XIII secolo, vere e proprie quaestiones sui principali nodi teologici toccati dal magister sententiarum.[2] Il pronunciamento del concilio Lateranense IV a favore della dottrina trinitaria esposta nell’opera aveva contribuito alla fortuna delle Sententiae.[3] Il testo divenne infatti un vero e proprio “manuale” di teologia, oggetto di una Lectura (studio e commento) articolata in due anni. Questa pratica sistematizzata e regolamentata dalle università contribuì alla nascita e alla diffusione del genere dei commenti alle Sententiae.[4]

La struttura dell’opera del Lombardo si prestava alle esigenze di insegnamento della teologia. Nei quattro libri erano infatti affrontat in maniera organica tutte le principali questioni teologiche: il primo libro riguardava Dio, la sua natura e la Trinità; il secondo la creazione, l’essere umano; il terzo Cristo, l’Incarnazione, le virtù e i comandamenti; infine il quarto toccava i sacramenti. .

Sulla base del testo latino dell’edizione Mandonnet,[5] vengono presentati di seguito due fra i passi più significativi del Super Sententias di Tommaso sul tema dell’imago Dei. Il primo è tratto dal primo libro del commento, nella sezione dedicata alla discussione della relazione fra le prime due persone della Trinità: il Padre e il Figlio. Oggetto della speculazione di Tommaso è il concetto di imago del quale offre un’accurata analisi che si muove su due piani diversi: quello etimologico e quello del linguaggio teologico. Soffermandosi ad esaminare nel dettaglio al nozione di imago, Tommaso delinea i contorni di un concetto teologico la cui importanza emerge dai suoi risvolti non solo sul piano trinitario e cristologico ma anche su quello antropologico.

Utrum definitio imaginis: «Imago est species indifferens eius rei ad quam imaginatur» sit competens

Ad primum sic proceditur, et ponitur definitio Hilarii talis, lib. De synodis, § 13, col. 490, t. II: «Imago est eius rei ad quam imaginatur, species indifferens.» 1. Videtur autem quod sit incompetens. Imago enim est secundum imitationem in exterioribus. Sed species non est de extrinsecis rei; immo dicit quidditatem intrinsecam. Ergo male ponitur in definitione imaginis. […]

Solutio. – Respondeo dicendum, quod ratio imaginis consistit in imitatione; unde et nomen sumitur. Dicitur enim imago quasi imitago. De ratione autem imitationis duo consideranda sunt: scilicet illud in quo est imitatio, et illa quae se imitantur. Illud autem respectu cuius est imitatio, est aliqua qualitas, vel forma per modum qualitatis significata. Unde de ratione imaginis est similitudo. Nec hoc sufficit, sed oportet quod sit aliqua adaequatio in illa qualitate vel secundum qualitatem vel secundum proportionem; ut patet quod in imagine parva, aequalis est proportio partium ad invicem sicut in re magna cuius est imago; et ideo ponitur adaequatio, in definitione eius. Exigitur etiam quod illa qualitas sit expressum et proximum signum naturae et speciei ipsius; unde non dicimus quod qui imitatur aliquem in albedine sit imago illius, sed qui imitatur in figura, quae est proximum signum et expressum speciei et naturae. Videmus enim diversarum specierum in animalibus diversas esse figuras. Ex parte autem imitantium duo sunt consideranda: scilicet relatio aequalitatis et similitudinis, quae fundatur in illo uno in quo se imitantur; et adhuc ulterius ordo: quia illud quod est posterius ad similitudinem alterius factum dicitur imago; sed illud quod est prius, ad cuius similitudinem fit alterum, vocatur exemplar, quamvis abusive unum pro alio ponatur. Et ideo Hilarius, ad significandum ordinem et relationem se imitantium, dixit: «Imago est eius rei ad quam imaginatur»; ad designandum vero id in quo est imitatio, dixit: «Species indifferens».

Ad primum igitur dicendum, quod non in imitatione quorumcumque exteriorum est ratio imaginis; sed eorum quae sunt signa quodmamodo speciei et naturae; et ideo posuit speciem potius quam qualitatem.


Se la definzoine di immagine: «Immagine è la specie senza differenze di quella cosa di cui è immagine» sia appropriata

Sul primo articolo si procede come segue, e si prende in esame la seguente definizione di Ilario, lib. De synodis, § 13, col. 490, t. II: «Immagine è la specie priva di differenze di quella cosa che si raffigura». 1. Tuttavia sembra che sia una definizione non adeguata. Infatti l’immagine è secondo l’imitazione negli aspetti esteriori. Ma la specie non riguarda gli aspetti esteriori della cosa; al contrario esprime l’essenza intrinseca. Quindi è mal posta nella definizione di immagine. […]

Soluzione. – Rispondo dicendo che la definizione di immagine consiste nell’imitazione; da cui deriva anche il nome. Infatti si dice imago come per dire imitago. Tuttavia sulla defizione di immagine occorre considerare due aspetti: ossia ciò in cui c’è imitazione e le cose che imitano. Ciò rispetto a cui vi è imitazione, è una certa qualità o forma significata al modo di una qualità, da cui riguardo alla definizione di immagine vi è la somiglianza. Questo non è sufficiente, ma è necessario che in quella qualità vi sia una qualche euguaglianza o secondo la qualità o secondo la proporzione; come è chiaro che nella piccola immagine la proporzione reciproca delle parti è uguale come nella cosa grande di cui è immagine; e quindi si pone l’uguaglianza nella definizione di questa. È anche necessario che quella qualità sia segno manifesto e prossimo della natura e della specie della stessa; quindi non diciamo che colui che imita qualcuno nella bianchezza è immagine di quello, ma che lo è colui che imita nella figura, la quale è il segno prossimo e espresso della specie e della natura. Vediamo infatti che fra gli animali delle diverse specie ci sono figure diverse. Invece, dal lato delle cose che imitano si devono prendere in considerazione due elementi: cioè la relazione di eguaglianza e similitudine, che si trova in quello solo in cui sono imitate; e poi l’ordine di ciò che segue: poiché quello che è successivo fatto a somiglianza di altro, si dice immagine; ma quello che è prima, a somiglianza del quale l’altro è fatto, si dice esemplare, sebbene siano posti impropriamente l’uno davanti all’altro. E quindi Ilario, per significare l’ordine e la relazione delle cose che imitano, disse: «L’immagine è di quella cosa che si raffigura»; mentre per designare ciò in cui vi è l’imitazione disse: «Specie priva di differenze».

Alla prima obiezione occorre allora rispondere che la definzione di immagine non è nell’imitazione di qualcosa di esteriore, ma di quelle cose che in qualche modo sono segni della specie e della natura; e per questo [Ilario] parlò di specie piuttosto che di qualità.


Commento

Il testo presentato è orientato a sostenere l’equivalenza fra imago e imitatio; una scelta che consente all’Aquinate di sviluppare una dettagliata analisi della nozione generale di immagine.[6]

Per giustificare il legame fra “immagine” e “imitazione” nelle righe iniziali si accenna all’argomento etimologico, secondo cui il termine imago deriverebbe da imitago[7].

L’attenzione si concentra però immediatamente sull’esame del concetto di imago/imitatio,[8] rispetto al quale, secondo l’Aquinate, sono possibili due diversi approcci. Da un lato si può considerare l’aspetto nel quale si realizza l’imitazione, cioè una qualche qualità o forma significata a modo della qualità. Secondo tale prospettiva l’imago/imitatio gode di tre caratteristiche: 1. la somiglianza fra immagine ed esemplare esiste a motivo del possesso di una comune qualità; 2. la qualità nell’immagine tende ad eguagliare quella nell’esemplare o in senso quantitativo o in senso proporzionale; 3. la somiglianza si realizza in una qualità significativa della natura dell’esemplare. L’altro aspetto che si può considerare è quello dei soggetti coinvolti nella imago/imitatio, cioè l’esemplare e l’immagine. In questo caso a caratterizzare la visione sono due elementi: 1. la relazione di somiglianza riguarda l’unica qualità oggetto di imitazione; 2. la relazione fra esemplare e immagine è una relazione che implica una subordinazione della seconda al primo.

Nella prima obiezione e nella relativa risposta viene poi chiarito il modo in cui in questo caso si utilizza il termine species. Esso viene inteso non come riferito all’aspetto esteriore dell’immagine o dell’esemplare; la species è piuttosto quell’aspetto intrinseco dell’essenza dell’esemplare (quidditas) che l’immagine deve possedere per essere tale. Questo fa sì che l’immagine per Tommaso non sia un semplice simbolo privo di autonomia. Essa riproduce la quidditas dell’esemplare, ha cioè una sua consistenza ontologica e una sua individualità. Un dato questo che permette di utilizzare il concetto di imago su piani diversi: quello della trattazione delle relazioni intratrinitarie (Figlio-Padre), come quello del rapporto fra creatura e Creatore (uomo-Dio).

La concezione dell’imago che emerge dalle parole di Tommaso è quella di una qualità che determina e configura qualcosa (soggetto dell’immagine) e che manifesta la natura specifica di una seconda realtà (esemplare).

Di particolare interesse è l’esame delle fonti da cui vengono tratti i vari elementi che si intrecciano in questa riflessione. Alcune di queste fonti sono esplicite, come nel caso del passo del Liber De Synodis di Ilario di Poitier in cui si sostiene che la somiglianza è un elemento chiave della definizione di immagine.

Altre fonti sono meno evidenti ma giocano un ruolo di primo piano ad esempio riguardo alla tesi che l’immagine sia relativa ad una qualità rappresentativa della specie dell’esemplare.[9] Infine sull’equivalenza fra immagine e imitazione, vero centro del discorso di Tommaso, è da notare che di essa si trova una prima formulazione in Alberto Magno.[10]


Tommaso d’Aquino

Scriptum Super Libros Sententiarum

II, d. 16, q. un., a. 1

Introduzione

In accordo con lo schema secondo cui sono articolate le Sententiae di Pietro Lombardo, il secondo libro si occupa della creazione del mondo prima e di quella dell’uomo poi. Si inserisce a questo punto il tema della creazione dell’uomo ad immagine di Dio, discussa nella distinzione 16.

All’esame di questa sezione del testo del Lombardo Tommaso dedica un’unica quaestio divisa in quattro articoli: nei primi tre si discute del soggetto dell’immagine e ci si chiede se si possa trovare l’immagine di Dio in qualche creatura, in quali creature si trovi e se la si trovi allo stesso modo nelle creature in cui si trova. Il quarto articolo discute invece della differenza fra immagine e similitudine di cui parla il Lombardo.

Di seguito si riporta un passo del primo articolo in cui, a partire dall’equivalenza fra immagine e imitazione, centrale nella dottrina dell’Aquinate, si presenta il concetto di imago Dei come esplicativo del rapporto fra Creatore e creatura in chiave antropologica piuttosto che ontologica.[11]


Utrum aliqua creatura possit dici esse ad imaginem

Ad primium sic proceditur […]

4. Praeterea, de ratione imaginis est aequalitas; dicit enim Hilarius, ubi supra, imeginem esse rei ad rem coaequandam. Sed nulla aequalitas potest esse creaturae ad Deum. Ergo nec imago eius esse potest.

5. Item, infinite distantium non potest esse indiscretio et uno. Sed imago, ut dicit Hilarius, ibid., est similitudo discreta et unita. Ergo creatura non potest esse ad imaginem Dei, a quo in infinitum distat.

Contra est quod habetur Genes., i, 26: Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram.

Praeterea ad perfectionem operis exigitur ut perducatur in similitudinem agentis. Sed Dei perfecta sunt opera, Deuter., xxxii, 4. Ergo oportet esse aliquod operum eius in quo ipsius imago repraesentetur.

Solutio. – Respondeo dicendum, quod imago prorpie dicitur quod ad alterius imitationem est: nec tamen quaelibet imitatio rationem imaginis perficit; ut si hoc sit album et illud album, non ex hoc dicitur eius imago: sed ad rationem imaginis exigitur imitatio in aliquo quod speciem exprimat et essentiam: propter quod ab Hilario dicitur species indifferens. Et inde est quod in corporalibus secundum imitationem figurae potissimum imago attenditur, quia figura est quasi certum signum ostendens unitatem et differentiam speciei. Haec autem imitatio potest esse dupliciter: aut simul quantum ad speciem et signum speciei, et sic imago hominis est in filio suo, qui ipsum in humana specie et figura imitatur, et haec est perfecta imago: aut quantum ad signum tantum, et non quantum ad veritatem speciei, sicut imago hominis est in statua lapidea; et haec est imperfecta imago. Et primo modo filius est imago patris, sicut in natura communicans; secundo autem modo imago Dei est in creaturis; et ideo creatura potest esse imago Dei, licet non perfecta.

[…] Ad quartum dicendum, quod ad rationem imaginis non exigitur aequalitas aequiparantiae, cum magni hominis in parva pictura imago exprimatur; sed exigitur aequalitas proportionis, ut scilicet eadem sit proportio partium ad invicem in imagine quae est in imaginato: et talis aequalitas invenitur in anima respectu Dei: quia sicut ex Patre Filius, et ex utroque Spiritus sanctus, ita ex mente notitia, et ex utraque amor procedit.

Ad quintum dicendum, quod ubi est perfecta imaginis ratio, ibi est perfecta indiscretio et unitas, ut patet in Filio ad Patrem; creatura autem, quantum ad hoc quod Deum imitatur, non discernitur ab eo, sed quodammodo sibi unitur unitate convenientiae, quamvis semper remaneat maior differentia: et sic non ex toto tollitur ratio imaginis, sed solum imaginis perfectae.


Se qualche creatura possa dirsi ad immagine

Rispetto al primo interrogativo si procede come segue: […]

4. Inoltre, l’eguaglianza è implicata nella definizione d’immagine; dice infatti Ilario, nel passo sopra citato, che l’immagine di una cosa deve essere equiparata alla cosa. Ma non può esistere alcuna eguaglianza della creatura con Dio. Quindi non può essere immagine di Lui.

5. Ancora, la non differenza e l’unione non possono esistere fra cose infinitamente distanti. L’immagine però, come dice Ilario, ibid., è la somiglianza separata e unita. Quindi la creatura non può essere a immagine di Dio, dal quale dista infinitamente.

Di contro vi è quanto si legge in Genesi i, 26: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza.

Inoltre, per la perfezione dell’opera è richiesto che sia continuata fino alla perfezione dell’agente. Ma le opere di Dio sono perfette, Deuter. xxxii, 4. Quindi è necessario che esista qualche Sua opera in cui sia rappresentata la sua immagine.

Soluzione. – Rispondo dicendo che si dice immagine in senso proprio ciò che è ad imitazione di altro: ma non qualsiasi imitazione ottiene la definizione di immagine, come se questo è bianco e quello è bianco, non per questo si dice che è immagine di quello. In realtà per la definizione di immagine è necessaria un’imitazione in un altro che esprima la specie e l’essenza: per questo Ilario parla di “specie senza differenza”. E quindi accade che nei corpi l’immagine riguardi soprattutto l’imitazione della figura, perché la figura è per così dire un qualche segno che mostra l’unità e la differenza della specie. Tuttavia questa imitazione può essere duplice: o quanto alla specie e al segno della specie a un tempo, e così l’immagine dell’uomo è in suo figlio, che lo rappresenta nella specie e nella figura umane, e questa è l’immagine perfetta; oppure quanto alla specie soltanto, e non quanto alla verità della specie, come l’immagine dell’uomo è nella statua di pietra, e questa è un’immagine imperfetta. E secondo il primo modo il Figlio è immagine del Padre, proprio perché partecipa nella natura; ma nel secondo modo l’immagine di Dio è nella creatura, e perciò la creatura può essere l’immagine di Dio, sebbene non perfetta.

[…] Alla quarta obiezione si deve rispondere che per la definizione di immagine non si richiede l’eguaglianza secondo l’equiparazione, sebbene l’immagine di un grande uomo sia riprodotta in una piccola pittura. Si richiede invece l’eguaglianza delle proporzioni, di modo che evidentemente la stessa proporzione reciproca fra le parti sia quella che c’è in ciò di cui è immagine. E una simile eguaglianza si trova nell’anima rispetto a Dio, giacché, come dal Padre procede il Figlio, e da entrambi lo Spirito Santo, così dall’intelligenza procede la cognizione e da entrambi l’amore.

Alla quinta obiezione si deve rispondere che dove c’è una perfetta definizione di immagine, là c’è perfetta assenza di distinzione e unità, come è chiaro nel Figlio rispetto al Padre; tuttavia la creatura, quanto al fatto che imita Dio, non è distinta da Lui, ma in qualche modo è a Lui unita con l’unità della conformità, sebbene permanga sempre una differenza maggiore: e così dal tutto non si raccoglie la definizione di immagine ma solo quella di immagine perfetta.

Commento

L’Aquinate ripropone l’equiparazione di immagine e imitazione, procedendo poi alla ulteriore specificazione del modo in cui questa equiparazione va intesa nel discorso sull’uomo come imago Dei. Non ogni imitazione è anche immagine, osserva l’Aquinate; l’imitazione a cui qui si fa riferimento ha determinate caratteristiche. In primo luogo deve esprimere la specie e l’essenza della cosa di cui è immagine, cioè dell’esemplare. Occorre cioè che essa faccia riferimento a quella qualità specifica che caratterizza l’esemplare. In questo senso, secondo Tommaso, va interpretato il più volte citato passo di Ilario sulla immagine come “specie senza differenze”.

Occorre poi specificare che l’imitazione può essere intesa in due diversi modi. Da un lato può far riferimento sia alla specie che alla natura specifica dell’esemplare. È il caso del rapporto fra Figlio e Padre, in cui il primo è immagine del secondo in senso proprio. Questa è quella che l’Aquinate definisce immagine perfetta. Dall’altro lato l’immagine può significare solo la specie dell’esemplare. La statua di Cesare, ad esempio, riproduce la forma del corpo di Cesare e le sue fattezze; presenta cioè quella qualità che esprime la species. È questa un’imitazione imperfetta, come quella delle creature rispetto al creatore.

Nelle risposte alle due obiezioni riportate nel testo vengono poi sviluppati due ulteriori punti. Il primo riguarda il concetto di eguaglianza (aequalitas) riferito all’immagine.[12] Nel caso dell’imago Dei non si può parlare di eguaglianza nella grandezza, ma occorre piuttosto che le proporzioni esistenti fra le parti dell’esemplare siano eguali a quelli che si ritrovano fra le parti dell’immagine. Questo genere di eguaglianza giustifica l’idea che l’anima umana sia immagine della Trinità divina: alla processione Padre – Figlio – Spirito Santo viene accostata quella Intelligenza – Cognizione – Amore, propria dell’anima umana. La seconda è immagine della prima.[13]

Il secondo punto è il tema della subordinazione dell’immagine al modello. A partire dal testo di Ilario viene sostenuta l’indifferentia fra immagine ed esemplare, cioè il fatto che l’immagine non differisce dall’esemplare almeno rispetto a quella qualità specifica in ragione della quale è immagine. L’immagine perfetta è totalmente priva di differenze rispetto all’esemplare e completamente unita ad esso.[14] Un’immagine imperfetta, pur essendo indifferens quanto alla qualità specifica in ragione della quale essa è immagine, è subordinata all’esemplare, che ne è causa.[15]

L’imago Dei, intesa da Tommaso come “imitazione”, assume il carattere dinamico di un “imitare” Dio che tende alla perfezione, di un elevarsi alla conoscenza delle cose divine.[16] Questa riflessione teologica si richiama alla discussione sul termine imago fin dalla riproposizione dell’equivalenza fra immagine e imitazione con cui si apre la solutio.[17] Mentre però il brano precedente si colloca nel contesto dell’esame della dottrina trinitaria ed è finalizzato a chiarire un concetto teologico essenziale per descrivere la relazione esistente fra il Figlio e il Padre, qui Tommaso recupera lo stesso concetto ad una discussione che riguarda la natura dell’uomo, intrecciando fra loro cristologia e antropologia, relazione fra Figlio e Padre e quella fra creatura e Creatore.


[1] Si veda A. Oliva, Les débuts de l’enseignement de Thomas d’Aquin et sa conception de la sacra doctrina avec l’édition du prologue de son commentaire des Sentences, Paris 2006, pp. 197-199 per la cronologia dell’opera, pp. 15-19 per la letteratura sul commento dell’Aquinate.

[2] Sui primi commenti alle Sententiae di Pietro Lombardo nella seconda metà del XII secolo si veda: L. Hödl, Die Sentenzen des Petrus Lombardus in der Diskussion seiner Schule, in Mediaeval Commentaries on the Sentences of Peter Lombard, edited by G.R. Evans, vol. I, Leiden 2002, pp. 25-40. Per un quadro generale sulla diffusione dei commenti alle Sentenze nel XII secolo restano validi: J. de Ghellinck, Les notes marginales du Liber Sententiarum, «Rev. Hist. ecclés.», 14 (1913), pp. 511-536, 705-719; O. Lottin, Le premier commentaire connu des Sentences de Pierre Lombard, in Id., Psychologie et morale, t.VI, pp. 9-18. Alla forma di commento per glosse appartiene il commento alle Sentenze di Langton Cfr. Die Sentenzenkommentar des Kardinals Stephen Langton, hrsg. A.M. Landgraf, BGPTM, Bd. 37, Hft. 1, Münster 1952.

[3] Sul pronunciamento del Lateranense IV si veda: Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura di G. Alberigo, G.L. Dossetti, Perikles-P. Joannu, C. Leonardi, P. Prodi, Bologna 20022, pp. 231-233.

[4] Si veda P. Glorieux, L’enseignement au Moyen Age. Techniques et méthodes en usage à la Faculté de Théologie de Paris, au XIIIe siècle, «Arch. Hist. doctr. litt. M. A.» 35 (1968), pp. 65-186, pp. 111-112.

[5] S. Thomae de Aquino, Scriptum Super libros Sententiarum Magistri Petri Lombardi episcopi Parisiensis, editio nova, cura R.P. Mandonnet O.P., Paris 1929, 4 voll.

[6] Si veda su questo G. M. Carbone O.P., L’uomo immagine e somiglianza di Dio. Uno studio sullo Scritto sulle Sentenze di San Tommaso d’Aquino, Bologna 2003, p. 42.

[7] Cf. G. M. Carbone O.P., L’uomo immagine e somiglianza di Dio, pp. 26-27. Si tratta di una posizione diffusa fra gli autori coevi o immediatamente precedenti a Tommaso e che affonda le proprie radici nella scuola di Anselmo di Laon. Cf. Bonaventura, In 1 Sent., d. 31, pars 2, a. 1, q. 1, fund. 4, ed. Quaracchi 1, 2, p. 540; Stefano Langton, In 1 Sent., d. 2, c. 4, ed. Landgraf, p. 4-5; Alano di Lilla, Liber Sententiarum ac Dictorum Memorabilium, n. 29 (PL 210, 247B); Remigio d’Auxerre, Commentarius in Genesim, c. 1, v. 37 (PL 131, 57A). Sulla scuola di Anselmo si veda: R. Javelet, Image et Ressemblance au douzième siècle de saint Anselme a Alain de Lille, Strasbourg 1967, t. 2, p. 133.

[8] Cfr. G. M. Carbone O.P., L’uomo immagine e somiglianza di Dio, pp. 28-30.

[9] Cf. Hil, De Synod., § 13 (PL 10, 490B); Arist., Met, V, 9 (1018a 15-18); X, 3 (1054b 3-5).

[10] Cf. Alb. Mag., In 2 Sent., d. 16, a. 1. Si vedano su questo Arist., Topici, VI, 2 (140° 14-15); Boeth., In Top. Arist., VI, c. 2 (PL 64, 971B).

[11] Per una lettura dell’imago Dei nei testi di Tommaso d’Aquino si vedano: B. Mondin, La dottrina della imago Dei nel commento alle sentenze, in San Tommaso e l’odierna problematica teologica, Pontificia Accademia romana di S. Tommaso d’Aquino, Studi Tomistici 2, Roma 1974, pp. 230-247; J. P. Torrell, Tommaso d’Aquino maestro spirituale, Roma 1998, pp. 100-107; G. M. Carbone O.P., L’uomo immagine e somiglianza di Dio, op. cit.

[12] Già dalla discussione della distinzione 28 del primo libro emergeva una distinzione fra un’eguaglianza intesa come equiparazione di grandezze e un’eguaglianza intesa come proporzione fra le parti dell’immagine.

[13] Cf. J.P. Torrell, Tommaso d’Aquino, pp. 102-103.

[14] È il caso dei rapporti intratrinitari, in cui il Figlio è immagine perfetta del Padre e pienamente unito a Lui.

[15] È questo il tipo di rapporto in base al quale si può dire che la creatura è immagine del Creatore.

[16] Cf. Cf. J.P. Torrell, Tommaso d’Aquino, pp. 102-103; G. M. Carbone O.P., L’uomo immagine e somiglianza di Dio, p. 32.

[17] Gli elementi chiave che costituiscono l’articolazione dell’argomentazione dell’Aquinate (imitatio, aequalitas proportionum, indifferentia et unitas) erano già parte della discussione di Sup. 2 Sent., d. 16, q. 2, a. 1.

Published in: Senza categoria on 14 ottobre 2009 at 13:18  Lascia un commento